Pietre, Asimmetrici, Figure

Nei primi anni Ottanta la necessità di spostare altrove il linguaggio fotografico non può più nutrirsi dell’idea del punto di vista multiplo. Il problema di rendere visibile l’invisibile grazie a uno sguardo pluridirezionale è ancora un problema tutto interno (insito nella) alla fotografia e ai suoi meccanismi di riproduzione. Mussat Sartor cerca ora, nella camera oscura, una soluzione più radicale, un intervento irreversibile dal punto di vista della storia della fotografia. Intuisce che questo scarto, questo passaggio di cui avverte l’esigenza non può riguardare il soggetto fotografato e nemmeno le diverse tecniche di riproduzione dell’immagine. Si tratta, insomma, in questo momento, di superare la fotografia come elemento perfetto e conchiuso, di strapparla al suo tradizionale dominio tecnico, storicamente prefissato, per portarla in un’altra zona, in un’altra dimensione di linguaggio.
Mussat Sartor comincia a intervenire direttamente sulla carta fotografica con il colore, con le mani, per spingersi in un territorio mediano nel quale il processo fotografico ha una parte ancora importante nella costruzione dell’immagine, ma non più unica ed esclusiva. Egli cerca e trova l’equilibrio sottile tra la potenza del gesto pittorico e il suo controllo meticoloso, una capacità di controllo che gli deriva senz’altro dalla lunga esperienza nella camera oscura e, forse, anche dal suo carattere. Insomma non si tratta semplicemente e banalmente del colore che va ad arricchire la sua fotografia, ma al contrario, è proprio la sua cultura fotografica che condiziona in modo assai specifico il senso della sua avventura pittorica. L’equilibrio, potremmo dire il sottile stato di grazia tra le due componenti, fa sì che le sue immagini si trovino sempre in un territorio mediano e ambiguo, un’inafferrabile zona di confine tra pittura e fotografia.
In questo modo egli riesce a strappare la fotografia alla sua contingenza predatoria e documentativa per inserirla nel dominio carismatico e senza tempo del proprio mondo interiore. Private del loro contesto geografico e atmosferico le Rose, le Pietre, i Corpi, assumono la caratteristica di immagini ibride e poetiche, dall’identità assoluta e fluttuante nel tempo.

2006, Andrea Bellini


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Paolo Mussat Sartor

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