nature

Platone nel Simposio spiega le amorose passioni degli individui nella spaccatura della loro idea avvenuta nel mondo celeste: così l’anima di ciascuno divisa (sectus = sesso) si sessualizza e s’incarna. Ed ecco sulla terra principia per noi la disperata ricerca della propria metà perduta.
Paolo Mussat Sartor non potendo tagliare in due un uomo vivo, lo fa, ad esempio, con una pera, e fotografa (o attua?) in un frutto l’operazione che il filosofo aveva immaginato in un demone.
Io ignoro se i cachi, le mele, i funghi, i melograni di Mussat Sartor siano sessi orridi o soavi, tuttavia con una tecnica mostruosa egli ci mostra la nostalgia della loro unità vegetale. Certo chi non mette l’occhio nel suo macroscopio, invece di scoprire in un melone i suoi “se stessi”, non troverà che degli inutili semi. E qui lo aiuta il Chāndogya Upaniṣad (III, 14, 3): “Questo ‘sé’, dentro al mio cuore, pur essendo più piccolo di un grano di riso, di un grano d’orzo, di un grano di senape, di un grano di miglio, questo stesso ‘sé’ che è dentro (a ogni forma) è più grande della terra intera, più grande dello spazio, più grande del cielo, più grande di tutti i mondi”. Se dunque potesse, Mussat Sartor farebbe semi di zucca grandi come soli. Non è forse una lente creativa anche questa?

1973, Gianpiero Bona