ANSELMO/MUSSAT SARTOR
Galleria Massimo Minini
Brescia
Opening 1st October 2016

Paolo Mussat Sartor abita a Torino da sempre e, per una coincidenza del destino, si è trovato a condividere con tutti i grandi dell’Arte Povera quell’esperienza. Naturalmente Il merito è suo. Quanti hanno sfiorato o incrociato gli stessi destini, gli stessi artisti, senza accorgersene. Lui, Paolo, invece è riuscito a stabilire una complicità con gli artisti suoi compagni di strada. Ed ha capito subito l’importanza di quanto stava accadendo a Torino tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta.

Guardando le immagini ci si accorge che Mussat ci fornisce un sottile messaggio subliminale rispetto al lavoro dei singoli artisti. Questi non vengono còlti mentre lavorano alla definizione di un’opera: pare invece che il fotografo stia facendo di loro la propria opera. E così Paolini viene posizionato davanti a strumenti per il disegno; Merz cammina nel vento con una cera sotto braccio; Anselmo guarda un po’ impaurito una pesante pietra che potrebbe cascargli addosso; Salvo sta a bocca aperta (come Raffaello) e guarda in macchina; Twombly naturalmente volta le spalle dentro ad un anonimo impermeabile bianco. Forse già da questi ritratti degli anni ’70 Mussat prepara la strada a quelli successivi ancora più personalizzati da un suo tocco pittorico che interverrà a modificare le immagini dagli anni Ottanta in avanti.

Nella mostra con Giovanni Anselmo, Mussat presenta ritratti della seconda generazione, quelli corretti, dipinti, abbassati con il colore (sovente con il solo nero).
Il mondo dell’arte è sorprendente e Mussat ne documenta lo stupore che questi artisti creano, con colpi di colore nero che nasconde come in una nuvola i volti ed i corpi. Nelle fotografie recenti del soggetto rimane visibile il volto, la testa; tutto il resto sparisce. Il soggetto non ha più un mestiere, è lui, da solo con se stesso, sembra l’immagine riflessa in uno specchio affumicato che nasconde tutto

Il superfluo per concentrare l’attenzione su uno sguardo, una smorfia, un sopracciglio alzato. Mai un sorriso. D’altronde Carlo Marx e Giuseppe Garibaldi non sorridevano nelle fotografie.
Hollywood è arrivata molto dopo.

Massimo Minini